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#FreschissimiCoop

Le banane Solidal Coop, “pulite” e buone due volte

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Freschissimi Coop
14 Ottobre 2024

A volte quello che mettiamo nel carrello del supermercato può cambiare la vita a qualcuno che si trova dall'altra parte del mondo. Non è un’iperbole, succede davvero. A Fidel Enrique, nato a Panama 26 anni fa, ha permesso di prendere la laurea in Ingegneria agricola e un master in Agricoltura sostenibile, grazie ai quali oggi segue progetti di ricerca in un’università statunitense. Ha potuto farlo perché la cooperativa dove lavora sua madre Dinora è fornitrice delle banane certificate Fairtrade, le stesse che arrivano sui banchi dei negozi Coop con il marchio Solidal, e ha finanziato i suoi studi. «I contratti Fairtrade prevedono che i produttori ricevano dagli importatori premi extra in denaro, da destinare a iniziative di welfare a favore della popolazione locale, progetti ambientali e per il miglioramento della produzione», spiega Andrea Cantieri, Italy sourcing & sales manager di CTM Agrofair, società specializzata nell'importazione e distribuzione di ortofrutta equosolidale, che opera in Italia dal 2004. Per Coop, Cantieri si occupa dell'importazione di banane da Ecuador e Panama che porteranno il marchio Solidal (altri carichi arrivano dal Perù e Costarica, sempre certificati Fairtrade), e qui ci racconta perché, secondo lui, queste banane sono buone “due volte”.

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"A ottobre, sono tante le Coop di consumatori che partecipano alle settimane Fairtrade, l'appuntamento annuale per promuovere e far conoscere i prodotti con la certificazione equa e solidale attraverso sconti, promozioni e altre iniziative sui prodotti a marchio Solidal Coop."

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    Signor Cantieri, queste banane hanno davvero qualcosa di speciale?
    Sono banane “pulite” perché portano il marchio Coop. Chi le ha coltivate ha seguito disciplinari di produzione rigidi, capitolati molto stringenti, in primo luogo sull'uso di pesticidi. Per portare quel marchio, i prodotti ortofrutticoli devono avere residui minimi, il 70% più bassi rispetto a quelli ammessi dalla legge. Se per legge il valore soglia è 1, quelle dei frutti Coop deve essere sotto lo 0,3%. I nostri fornitori già coltivano secondo questi standard, ma Coop Italia li impone a tutti. Poi c'è il tema della tracciabilità, la filiera è tracciata dal campo allo scaffale, sappiamo tutto di queste banane. E infine sono buone.
    Ogni area di provenienza ha le sue specificità, ma il  livello qualitativo è alto. Le banane dell'Ecuador, per esempio, hanno la particolarità di avere tempi lunghi di maturazione, e anche una volta a casa non anneriscono subito, hanno pezzature medio grandi e sono belle, mentre quelle di Panama sono particolarmente dolci.
     

    Sono pulite anche da un altro punto di vista però, è così?
    A me piace dire che sono buone due volte, perché non fanno bene solo a chi le mangia. Le banane sono il frutto “coloniale” per eccellenza. Sin dal principio sono state esportate e commercializzate da grandi multinazionali, colossi che hanno avuto il potere di imporre prezzi di acquisto stracciati. A questo si è aggiunto il fatto che per anni quei territori sono stati sfruttati selvaggiamente, senza alcuna attenzione per l’ambiente. La banana è uno di quei frutti che per dare una resa alta ha bisogno di molti trattamenti, e siccome l'obiettivo primario dei grandi importatori era la resa massima, per decenni non si è esitato a fare ampio uso di pesticidi. Una pratica diffusa era la fumigazione dall'alto: per anni prodotti sono stati irrorati  tramite aerei che sorvolavano la zona a bassa quota, avvelenando letteralmente i lavoratori che erano nelle piantagioni e tutto l’ambiente. Oggi fortunatamente molto è cambiato, ma resta il problema del prezzo di vendita, che spesso è ancora troppo basso per poter garantire ai piccoli produttori e ai lavoratori un guadagno che gli consenta di vivere dignitosamente. Associarsi in cooperativa e rivolgersi al commercio equo è il solo modo che piccoli produttori hanno per riuscire a dare valore a quel poco che riescono a produrre.
     

    Come fa Fairtrade a garantire dignità ai piccoli produttori?
    Il prezzo pagato al produttore viene stabilito a livello internazionale, non subisce fluttuazioni del mercato, né l’influenza di politiche promozionali. Un organismo specializzato all'interno di Fairtrade stabilisce ogni anno il prezzo di vendita delle banane certificate, per ogni Paese, in modo che sia equo e sostenibile. Questo prezzo sarà mantenuto per tutto l'anno, qualunque cosa accada: il guadagno generato attraverso la vendita delle banane è quindi assicurato.


    Chi sono i produttori?
    In Ecuador ci riforniamo da decenni, fin dall’inizio della nostra attività, da una cooperativa di piccoli imprenditori agricoli, Asoguabo. Sono circa 130 soci che lavorano assieme, a volte sono singole famiglie che hanno appezzamenti minuscoli, così piccoli che un raccolto riempie appena 4 o 5 cartoni settimanali. 
    A Panama c'è invece una cooperativa di lavoratori, Coobana, che nei primi anni '90 riscattarono tre piantagioni di proprietà statale. Non avendo sufficienti risorse economiche sono dovuti ricorrere a prestiti, erano in ginocchio, praticamente nelle mani di grandi importatori. Agrofair, il gruppo olandese a cui fa capo CTM Agrofair italiana, nel 2009 ha dato loro un'alternativa tramite il commercio equo e offerto a questi coltivatori un’opportunità per riscattarsi. 

    A cosa si riferisce?
    I produttori Fairtrade in aggiunta al prezzo di vendita ricevono un “premio”, un dollaro extra per ogni cartone venduto, da utilizzare per migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, la produzione o per iniziative di tipo ambientale. All'inizio queste risorse venivano utilizzate per fare fronte a bisogni di base, per esempio per finanziare progetti per la nutrizione dei bambini, o ristrutturare le baracche dove si stoccavano le banane e in cui risiedevano i lavoratori ai limiti della fatiscenza, oppure per donare cesti con beni alimentari a Natale, o fornire contributi per pagare i funerali. Poi pian piano i progetti si sono in un certo senso “evoluti”, e questo è un bene, ci dice che le condizioni generali della popolazione sono migliorate, si guarda a progetti con una visione più ampia. La cooperativa ecuadoregna Asoguabo ha un comitato esterno che decide come utilizzare il premio extra per evitare ogni tipo di conflitto di interessi e per intercettare anno dopo anno i bisogni della comunità, bisogni che, ripeto, vanno al di là dell’acquisto di beni o servizi di prima necessità.


    Ci fa qualche altro esempio? 
    In Ecuador, tra i progetti di welfare è stata avviata per esempio una campagna per la salute dei soci che prevede contributi per i controlli medici, ci sono i buoni scuola per i figli, altri contributi per assicurare i lavoratori. Anche a livello ambientale il premio è stato utilizzato per progetti molto importanti, come quello per la raccolta e il riciclo dei sacchetti di plastica che proteggono i caschi di banane durante la coltivazione, e che sono decine di migliaia all’anno. E ancora: la cooperativa ha stretto una partnership con un'associazione del territorio per tutelare i bacini idrografici e promuovere la riforestazione. Poi si occupano di fertilità del suolo tramite microrganismi naturali, hanno creato zone per il lavaggio suola delle scarpe per evitare la trasmissione di una malattia molto infestante, la fusarium tr4, che si diffonde a livello del suolo e uccide le piante dalle radici. 
    Quanto a Panama, mi viene in mente il progetto per la salvaguardia delle tartarughe marine e, a livello sociale, i programmi di sostegno agli studi per i figli dei lavoratori. Uno di loro, Fidel Enrique Jimenez Beitia, oggi parla tre lingue e segue dei progetti di ricerca alla Purdue University in Indiana, negli Usa. Ma non è finita …


    In che senso?
    I fornitori di Agrofair non sono semplici partner commerciali, hanno un ruolo attivo all’interno dell’organizzazione. Le cooperative che ci forniscono le merci hanno una partecipazione del 33% in Agrofair, l’ecuadoregna Asoguabo detiene in aggiunta una quota diretta del 7%. Hanno un potere nelle decisioni e ricevono una quota dei dividendi, c’è una connessione a doppia mandata. È vero, le banane equosolidali costano un po’ di più delle altre, ma attraverso quel prezzo si affrancano intere popolazioni dallo sfruttamento, ci si fa motore di sviluppo sostenibile. Insomma, direi che ne vale la pena.

     

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