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Le voci delle attiviste iraniane in Italia e l’iniziativa lanciata da Coop con Amnesty International per il rispetto dei diritti umani nel paese.
Parla del velo delle donne islamiche, Parisa Nazari, dal palco del Teatro Litta di Milano: quel velo che è costato la vita a Masha Amini, uccisa dalla polizia per averlo indossato male e che è diventato «la bandiera di quella che noi chiamiamo la rivoluzione delle donne dell’Iran». «La nostra non è una battaglia contro il velo in sé, bensì contro quello che rappresenta, lo strumento dello Stato per imporre il proprio potere sulla donna». Nazari è nata in Iran e vive da anni in Italia, è farmacista, mediatrice interculturale e attivista per i diritti umani. Nel 2019 ha scelto di schierarsi pubblicamente per la causa del suo popolo in rivolta contro la repubblica islamica e il 1° marzo, a Milano, ha denunciato ancora una volta quello che sta succedendo nel Paese, ricordando quanto è importante non spegnere le luci sulle proteste.
L’evento era organizzato da Coop nell’ambito della campagna “Close The Gap”, per lanciare l'iniziativa delle cartoline per l’Iran: 2 milioni di card distribuite in tutta Italia, a cui si aggiungono quelle che si possono sottoscrivere online. A marzo, le cartoline erano in allegato ai periodici Il Venerdì di Repubblica e Sette del Corriere della sera; in aprile sono allegate ai mensili dei soci Coop Consumatori, L’informatore e Nuovo Consumo: fino al 30 aprile si possono firmare e spedire nelle urne presenti nei punti vendita. Coop le recapiterà all’ambasciata iraniana a Roma. Un gesto semplice, ma che ha un grande valore, perché simboleggia l’appoggio alle manifestazioni di protesta che continuano nel Paese da ottobre.
In prima linea, per strada ma anche su TikTok ci sono giovani donne, ha raccontato Parisa, spesso obiettivo principale della repressione, colpite agli occhi e ai genitali durante i movimenti di piazza, maltrattate e violentate in carcere. «Questo non le ha fermate. E il bello è che questa volta non sono sole. Accanto a loro ci sono oggi i loro figli, padri, compagni, amici, e tutta la società civile iraniana».
«Oggi è come se esistessero due Iran, da una parte la Repubblica Islamica, che vorrebbe reprimere ogni spinta al rinnovamento, dall’altra l’Iran della società civile, istruita e progressista, i giovani, che guardano all’Occidente e vogliono vivere come i loro coetanei del resto del mondo. Sono quelli della generazione Z, figli di coloro che in questi anni hanno acquisito consapevolezza, e sono disposti a sacrificare la vita. Uomini e donne, gli uni accanto alle altre. È questo il vero cambio di paradigma, la rivoluzione culturale che oggi si è fatta conoscere al mondo intero e che fa paura al regime», ha raccontato l’attivista.
Già tre anni fa, nel novembre “di sangue” del 2019 le voci di protesta si erano elevate e sono finite nella repressione. «Quella volta il mondo era girato dall'altra parte, pensava agli accordi sul nucleare con l’Iran. Oggi è diverso, ma è necessario il vostro appoggio». All’appello si è unito Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International: «È fondamentale che se ne parli, e se parli a lungo, e si tenga alta l’attenzione. Le rivoluzioni non durano il tempo di un Tweet, e il nostro silenzio è la colonna sonora dei regimi».
«Noi della diaspora, chi torna a casa rischia la vita»
Farsi sentire, e farlo forte. È quello che gli iraniani della diaspora chiedono all’Italia e agli altri Paesi occidentali. Rayhane Tabrizi è una di loro, il 1° marzo era in platea all’evento di Coop, con altri connazionali. Come lei e molti altri cittadini iraniani che si sono esposti, non può tornare casa. «Siamo segnalati. Non so a cosa andrei incontro se tornassi», dice.
A Milano dal 2008, dove lavora stabilmente, ha appena fondato con un gruppo di artisti l’associazione Manà, per far conoscere il grido di dolore del suo popolo attraverso l’arte e la cultura. In queste immagini della sua associazione è in piazza a Milano, con altri attivisti, durante alcune manifestazioni. «L’Iran mi manca, l’ultima volta che ci sono stata era il novembre 2021. Non vedo da allora i miei genitori e, anche se ormai considero l’Italia il mio Paese, sapere di non potere tornare a casa mi fa stare male. Noi che sosteniamo la causa dall’estero non rischiamo la vita come chi è rimasto, ma viviamo una situazione psicologica pesante. C’è chi sta così male da aver lasciato il lavoro per dedicarsi solo alla causa iraniana».
«I più giovani tra noi, chi era venuto qui per studiare o per fermarsi solo qualche anno, sono particolarmente sotto pressione», continua Rayhane. «Un mancato rinnovo del permesso di soggiorno, un esame non dato all’Università rischia di rispedirli a casa, con tutti i rischi che questo comporta. Per dare loro sostegno, alcuni psicoterapeuti italiani e iraniani hanno organizzato incontri di gruppo».
Anche comunicare con i parenti a casa è difficile: «Il regime cerca di bloccare Internet, ma si riesce a collegarsi ai social tramite vpn, la rete virtuale privata, le notizie arrivano da lì. Io parlo con i miei genitori tramite un’applicazione che non viene controllata, ma sto comunque attenta a fare solo domande banali: come state, cosa avete mangiato».
In Iran, intanto, le azioni di protesta continuano, in piazza e non. Rayhade ci racconta che molti dissidenti esuli in altri Paesi, economisti, sociologi e politici spiegano attraverso i social come mettere in campo forme di dissenso silenziose. Lo scopo è indebolire il regime lentamente, destabilizzare il potere con azioni di diverso tipo, per esempio con scioperi, ritirando in massa i soldi in banca, o evitando di fare acquisti presso grandi gruppi commerciali legati al regime.
Il ceto medio sta soffrendo molto, l’inflazione è alle stelle, c’è tanta preoccupazione nelle famiglie, per quello che succede nelle scuole, dove avvelenano le ragazze. I genitori non sanno se mandarle o no. E anche se ufficialmente la polizia morale non c’è più, le donne che non sono vestite “adeguatamente” non possono entrare nei posti pubblici». Succede in Iran, nel 2023.
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