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Si scrive integrazione, si legge Coop

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Diritti e Azioni
28 Luglio 2025

Le storie di persone di altri Paesi, al lavoro nelle Coop: da Mouhamed Sadek, che dal Niger è partito a 17 anni e adesso è allievo caporeparto ad Albenga, ai corsi di lingua italiana a Firenze per i dipendenti provenienti da tutto il mondo.

 

Mouhamed Sadek è partito 11 anni fa dal Niger per accompagnare il cugino, che sognava la Francia. Aveva in tasca un pugno di soldi e l’entusiasmo che solo l’incoscienza dei 17 anni può darti. La sua è una storia simile a quella di tanti giovanissimi che sfidano la sorte sui gommoni. Il suo, sgonfio e malandato, portava 120 persone e stava per colare a picco prima di sbarcare a Lampedusa.
«Solo quando ci siamo saliti sopra ci siamo resi conto che saremmo potuti morire. Per fortuna, prima dell’approdo è arrivata la Guardia costiera», racconta.

La traversata notturna, con la paura addosso di affogare, era la loro promessa di futuro dopo due anni di lavori saltuari in Algeria e Libia. Il destino ha portato Sadek in Liguria e poi in Piemonte, dove ha incontrato Cosimo Giudice – ma lui lo chiama solo Cosimo – allora direttore dell’Ipercoop di Mondovì, che nel 2021 lo ha accolto tra le corsie dell’ipermercato di Coop Liguria con un contratto di apprendistato.

Sadek gode ora dello status di rifugiato ed è allievo caporeparto nell’ipermercato di Albenga, in provincia di Savona. Continua a sognare in grande, ma è grato e orgoglioso di dove è arrivato. Sa che non è facile trovare un lavoro regolare per chi, come lui, arriva dall’Africa.
«Tantissimi si perdono. Io avrei voluto continuare a studiare in Francia, avevo un diploma da tecnico, ma la burocrazia lì è complicata. Dopo un annetto sono tornato in Italia, da un amico, a Finale Ligure, e ho preso il diploma di terza media», racconta.

Un percorso nuovo per scrivere un futuro migliore

Sono stati anni duri, quelli prima dell’assunzione in Coop Liguria. A Finale, il giovane si è ammalato di tumore, poi è arrivato il Covid con i suoi mesi di isolamento e paura. Solo nel 2021, finalmente, il vento ha iniziato a girare a favore.

«Mi sono trasferito a Mondovì dopo l’ultimo ciclo di chemio, ho trovato un lavoretto, dovevo ancora fare gli ultimi controlli quando un amico mi ha consigliato di fare un po’ di volontariato in Caritas, anche per integrarmi. Lì ho conosciuto Cosimo, allora direttore dell’Ipercoop di Mondovì. Ho saputo che cercavano personale, ho mandato il curriculum, e da lì è stato un susseguirsi di eventi: il colloquio, la prova, il contratto di tre mesi, il rinnovo e l’apprendistato. Ora, dopo quasi due anni, Cosimo mi ha proposto di frequentare un corso da allievo Capo Reparto ad Albenga, dove è direttore».

Sadek ha ora 28 anni e un futuro tutto da scrivere. Il corso per allievi Capi Reparto, nato nel ’99, è per complessità del tutto assimilabile a un master universitario: un’occasione vera di maturazione professionale. 

«Mi piace lavorare, stare qui mi permette di conoscere tante persone, ognuno con esperienze diverse. È la prima volta che sento che sto crescendo, sia in ambito emotivo che lavorativo, e che sto facendo qualcosa anche per me». Dopo la formazione, spiega, sarà trasferito in uno dei reparti, forse l’ortofrutta. Il suo sogno è ancora nel cassetto: tornare nel suo Paese o andare in Nordafrica con il suo tesoro di esperienza, e dare un futuro ai suoi discendenti, con un’attività tutta sua.
Il viaggio continua.

Da Coop Liguria a Firenze: due esempi di politiche di integrazione


Quella di Sadek non è un’iniziativa isolata, in Coop.
L'accoglienza a profughi e a lavoratori che arrivano da Paesi extraeuropei è praticata e diffusa in tutta la cooperativa.

Nel 2025, Coop Liguria si è vista assegnare per il secondo anno consecutivo il logo “We.Welcome” da UNHCR, per il progetto con cui ha inserito in organico dal 2022 rifugiati ucraini in fuga dalla guerra, e che ha coinvolto una cinquantina di persone.

Nella vicina Toscana, Unicoop Firenze ha avviato tante iniziative per favorire l’integrazione dei suoi lavoratori stranieri e per accoglierne altri.
La cooperativa collabora con diverse associazioni sul territorio regionale, a loro volta collegate a UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, che segnala i profili professionali di rifugiati e richiedenti asilo per un possibile inserimento lavorativo.
«Attraverso questa collaborazione abbiamo già ricevuto 10 candidature interessanti, nelle prossime settimane effettueremo un primo colloquio», spiega Viviana Bucaletti, responsabile Amministrazione legale e sindacale Risorse Umane di Unicoop Firenze.

Con l’ente di formazione Cescot Firenze Srl, la cooperativa ha invece organizzato di recente un corso per addetto vendita GDO, rivolto a migranti e richiedenti asilo.
Si sono iscritte 14 persone con 8 nazionalità diverse, 4 sono già entrate nell’organizzazione.

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    Corsi d’italiano per appianare le diversità

    E poi ci sono i corsi di lingua per chi già lavora in Coop, ma ancora si percepisce “straniero”, proprio per il fatto di non comprendere bene la nostra lingua.
    Per i 45 lavoratori extracomunitari occupati nel magazzino di Unicoop Firenze inizierà a settembre un corso di italiano, gratuito, fuori dagli orari di lavoro.

    Nel caso in cui il corso termini in concomitanza con l’orario di apertura della mensa interna, Unicoop fornirà anche l’eventuale pasto agli allievi, che frequenteranno il corso suddivisi in tre gruppi di studio, in base al livello linguistico.

    Sono persone che vengono dai Paesi più lontani, spesso giovani con un passato difficile, che hanno affrontato viaggi come quello di Sadek, e hanno un grande bisogno di riconoscersi come parte di una nuova comunità.

    «Questo corso ha un valore enorme per tutti noi, più di quanto sembri, per tante ragioni», spiega Viviana Bucaletti:
    «Parlare un’unica lingua è fondamentale per “sentirsi a casa” e a proprio agio. Chi ha più difficoltà ha la percezione di essere estraneo, e anche fuori dal luogo di lavoro è più vulnerabile.

    Tanti si approfittano di questi ragazzi per il fatto che non comprendono bene l’italiano. Anche dal punto di vista lavorativo, la mancata conoscenza della lingua diventa un ostacolo.
    C’è chi ha studiato e ha competenze che ci piacerebbe sviluppare internamente, ma prima va colmato questo gap. Se c’è difficoltà a comprendere le indicazioni lavorative, o a leggere la strumentazione, tutto diventa più complicato».

    La sfida: far convivere etnie diverse

    Parlare la stessa lingua all’interno di un’organizzazione è anche un mezzo per creare un ambiente più accogliente, dove si convive serenamente con persone che hanno etnie e vissuti diversi, come spiega Bucaletti:
    «Qui in Unicoop Firenze abbiamo persone provenienti dal Pakistan, dal Senegal, dal Perù, ma quando i gruppi sono eterogenei i lavoratori tendono a isolarsi per etnie, nascono tensioni, e questo non fa bene a nessuno, a loro per primi.
    Farli convivere e lavorare in un clima sereno rappresenta una necessità anche per le imprese.
    Per questo abbiamo pensato di farli sedere allo stesso tavolo per studiare insieme, fare sì che parlino lo stesso idioma. Comprendersi appiana le diversità, e da qui può nascere solo del buono».

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