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Isola d’Elba, Volterra, Roma, Torino, Genova, Bologna, Taranto… Tante le iniziative delle cooperative di consumatori a favore di detenute e detenuti. Per alleviare le pene, lavorare al cambiamento e offrire una seconda possibilità.
Si parla spesso del sovraffollamento da record – sono circa 60.000 i detenuti, 13.500 in più rispetto a quelli che potrebbero essere ospitati – ma poco si discute di persone, possibilità, seconde occasioni, lavoro e cultura anche per chi è dietro le sbarre. Quella rieducazione, cioè, che per la Costituzione dovrebbe essere l’obiettivo della pena.
Non è così per Nedo Adami, socio di UniCoop Tirreno e componente del Comitato soci di Porto Azzurro, all’isola d'Elba, che 15 anni fa ha avuto l'idea di un corso di musica per detenuti della casa di reclusione del piccolo Comune: «Allora arbitravo le partite di calcio domenicali tra gli ospiti del penitenziario ed ero segretario di una scuola di musica. Ci chiedemmo: perché non dare loro la possibilità di trascorrere il tempo in maniera diversa? Ne nacque il progetto “Musica oltre le mura”. Siccome ero già socio di UniCoop Tirreno coinvolgemmo la Cooperativa, che da allora sostiene il costo per i professori che tengono in carcere le lezioni di musica d'insieme». L’idea ha funzionato così bene che va avanti da allora. «Ogni anno teniamo due serate concerto, a giugno e in occasione del Natale – racconta –. Durante questa ricorrenza UniCoop Tirreno consegna anche le borse di studio per i detenuti che hanno conseguito il diploma di terza media. È un piccolo riconoscimento in denaro, ma è un simbolo importante. Per queste persone un diploma significa poter ricominciare su altre basi, essere più pronti per quando saranno fuori di qui».
Il potere della musica
I partecipanti a “Musica oltre le mura” studiano canto, chitarra e batteria.
«La musica li aiuta tantissimo, è un modo per stare insieme agli altri, per non pensare a quello che hanno fatto, o passare il tempo sbattendo la testa contro il muro, e contando i giorni che dovranno restare ancora chiusi. Sì, la musica allevia la loro pena», racconta Adami.
Un anno fa, a una festa di fine anno gli si avvicinò un ragazzo di 24 anni, per ringraziarlo. «“L'idea di stare qui alla mia età mi ossessionava”, disse, “il corso di musica mi ha fatto cambiare completamente il mio modo di vivere, anche se sono qui dentro”. Quando senti un giovane che dice così, ti si solleva il cuore».
Laboratori di cucina
Offrire un modo per riabilitarsi, prepararli alla vita dopo il carcere e a ricominciare con nuove basi, è lo scopo di molte iniziative che enti, associazioni e aziende organizzano nelle carceri italiane. E tra questi ci sono anche le Coop. A Roma, Unicoop Tirreno ha avviato a Rebibbia un laboratorio di cucina che coinvolge una trentina tra detenute e detenuti, grazie a un progetto promosso con la scuola alberghiera “A.Vespucci”. La Cooperativa fornisce i prodotti alimentari necessari allo svolgimento dei laboratori: frutta e verdura, pasta, farina, carne, pesce, uova e tutto il necessario per mettersi ai fornelli. A fine percorso, dopo un esame, gli studenti conseguono un diploma che potrà servire loro a trovare lavoro.
Qualcosa di simile accade nel carcere di Volterra, dove dal 2006 vengono preparate dai detenuti le “Cene galeotte”, progetto ideato dalla direzione della stessa Casa di reclusione e realizzato in collaborazione con la Fondazione “Il Cuore si scioglie” e Unicoop Firenze, partner storico, che da subito ha sostenuto il progetto, fornendo i beni alimentari e non solo.
Giovanni Furiesi, presidente della Sezione soci Coop di Volterra, racconta che questa è stata la prima esperienza del genere in Italia, e prosegue con successo dal 2006, fatta eccezione per le inevitabili interruzioni durante gli anni del Covid. Da quasi 20 anni chef anche stellati, a titolo gratuito vengono ospitati una volta all’anno per qualche giorno nel carcere e preparano cene “di gala” con l'assistenza di una squadra di detenuti di circa 30 persone, il cui ricavato viene devoluto a sostegno di progetti di solidarietà.
«Fino a oggi circa 20.000 persone sono entrate nella fortezza per gustare le cene preparate dai detenuti», spiega Furiesi. C'è chi cucina, chi serve ai tavoli, chi organizza la sala, chi si occupa dei vini. «Sono impegnati nella preparazione dei pasti e nell'organizzazione delle cene per alcuni giorni. La Fisar, la Federazione italiana sommelier albergatori e ristoratori, tiene invece per loro piccoli corsi di avvicinamento al vino. Possiamo dire con orgoglio che questa iniziativa ha dato l'input perché venisse istituita nel carcere dal 2013 una sezione dell'Istituto alberghiero», dice Furiesi. Fino a oggi più di 40 persone hanno trovato un impiego in ristoranti e strutture esterne, a pena terminata o lavorando di giorno durante la detenzione, come previsto dall'articolo 21.
E uno di loro ha aperto a fine pena un ristorante a Gioia Tauro ed è tornato a Volterra a cucinare per gli altri.
Luisanna Messeri, autrice e cuoca.
Dimostrare di valere
Anche Luisanna Messeri, cuoca “pop” di radio e tv, è stata tra gli chef che hanno partecipato alle cene di Volterra, per ben tre volte «Dopo la prima volta ho pianto», racconta. «È un'esperienza molto emozionante, che aiuta loro ma aiuta anche noi che viviamo “fuori”.
Sono venuta in contatto con un mondo del tutto sconosciuto, ma ciò che più mi ha colpito è stata la motivazione e la voglia che avevano questi ragazzi di fare bene, di provare prima di tutto a loro stessi che possono riuscire in qualcosa, rimettersi in gioco come persone e fare bella figura con gli altri». La preparazione delle cene è per i detenuti un momento di svago e fatica, li riporta per un breve periodo “nel mondo reale”, spiega Messeri. Avere anche rapporti con gli ospiti esterni serve per acquisire competenze che spenderanno dopo, ma più di tutto regala il piacere di fare qualcosa di utile e di condividerlo con altri. «Di bei ricordi ne ho tanti, ma il momento più atteso era la fine della cena, quando, andati via gli ospiti, si restava tutti insieme a mangiare il cocomero e scherzare, proprio come succede negli altri ristoranti».
Sono decine lungo l'Italia le iniziative delle Cooperative di consumatori per riabilitare i detenuti. In Piemonte, Nova Coop ha avviato negli anni diverse collaborazioni con gli istituti di pena, dalla torrefazione nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino con la Cooperativa Pausa Café, alla produzione artigianale di prodotti da forno nel penitenziario di Alessandria.
È nato così “Bread for Peace – Farina, Pane e Grissini per la Pace in Ucraina”, il progetto promosso da Pausa Café e Nova Coop per sostenere e rafforzare la capacità produttiva degli agricoltori ucraini di piccola scala della regione di Leopoli, producendo, dietro le sbarre, con la loro farina.In Liguria è nato invece il progetto Sc’art: qui sono le detenute del carcere femminile di Genova Pontedecimo a produrre con materiali di scarto borse e altri accessori, a cui si aggiungono due laboratori esterni dove lavorano principalmente ex ospiti della prigione. Coop Liguria è tra i sostenitori nella città ligure del Teatro dell’Arca, prima compagnia teatrale costituita all’interno di un penitenziario. Un ponte oltre le sbarre c’è anche a Mantova, all’ipermercato la Favorita, dove Coop Alleanza 3.0 mette in vendita alcuni prodotti del laboratorio artigianale di panificazione della Casa Circondariale di Mantova. E a Milano Coop Lombardia è tra i sostenitori di San Vittore Cook’In Heart, l’iniziativa che vede protagoniste alcune detenute della casa di reclusione impegnate nella preparazione e consegna di pasti caldi alle persone senza dimora.
C’è anche la letteratura tra le attività proposte ai detenuti. A Bologna il Consiglio di zona soci di Coop Alleanza 3.0 promuove e organizza con l’Associazione Volontari Carcere “Parole in libertà”, nella Casa Circondariale Rocco D’Amato: i detenuti possono esprimere pensieri, ricordi, esperienze sotto forma di poesia, racconti o saggi, o raccontare semplicemente una storia. Alcuni di questi elaborati vengono selezionati e letti in pubblico. In Puglia, a Brindisi, sempre Coop Alleanza 3.0 sostiene il Brindisi Performing Arts, il Festival di arti performative d’inclusione sociale, che ha portato l’arte tra le mura dell’istituto penitenziario. La sezione BPA Indoor prevede l'allestimento degli spettacoli nella casa Circondariale di Brindisi, e percorsi di teatro/danza per la realizzazione di produzioni. Quest’anno per la prima volta due spettacoli saranno aperti ad un pubblico esterno.E poi si arriva a Taranto, dove grazie all’esperienza dell'associazione “Noi e Voi”, è stato aperto un ristorante dove lavorano solo ex detenuti, sempre con il sostegno della Cooperativa. Si chiama “Articolo 21”, come l’articolo della Costituzione ma anche quello dell’Ordinamento penitenziario che consente a chi è in carcere di lavorare fuori, il modo più efficace per favorire il reinserimento. Una possibilità tutt’altro che reale. Le attività lavorative fuori dalle prigioni, secondo i dati ufficiali, riguardano solo il 4% della popolazione carceraria. Segno che c'è ancora molto bisogno di iniziative come queste.
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