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Nel mese dell’Orgoglio, che celebra le battaglie delle comunità Lgbtqia+ e che Coop sostiene anche quest’anno con vendita delle borse di tela nei negozi, il padre dell’Arcigay Franco Grillini parla di diritti conquistati e di battaglie ancora da combattere. E in occasione della campagna social di Coop “Generazioni a confronto” lancia un messaggio ai giovani.
La rivoluzione c'è stata!
È stata quella delle bandiere, dei carri e delle sfilate che da 30 anni colorano le città, senza scontri e senza sangue. E non vederne i risultati è impossibile. «Se oggi i ragazzini fanno coming out a 15 anni è perché il mondo è molto diverso da allora, io ci sono arrivato a 27 anni», dice subito Franco Grillini. Fondatore di Arcigay nazionale, di cui oggi è presidente ad honorem. Primo parlamentare dichiaratamente omosessuale, Grillini è egli stesso il simbolo di quelle battaglie, i mattoni che hanno lastricato la strada del cambiamento, e certo, se pure sono passati decenni da quando gli incontri tra persone dello stesso sesso si facevano all’ombra, nei “battuage”, e ci si dava appuntamento via fermo posta, non nega che ci sia ancora tanto da fare: «Abbiamo fatto la rivoluzione sessuale e culturale, manca quella politica».
La lotta alle discriminazioni e il sostegno di Coop
Il pensiero corre al 17 maggio scorso, quando nella Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia, l’Italia e altri nove stati dell'Unione europea non hanno firmato la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità Lgbtqia+. Coop ha pubblicato in quell’occasione una pagina sui principali giornali, al centro una domanda secca quanto eloquente: “Abbiamo finito l'inchiostro?", a sottolineare quanto sia importante esporsi senza ambiguità per la parità e per la lotta alle discriminazioni. Proseguendo lungo un percorso avviato ormai anni fa, nel mese dell’orgoglio Lgbtqia+ Coop è di nuovo in campo per i diritti, con la nuova versione della shopper arcobaleno in vendita da giugno nei negozi dell’insegna, e i cui proventi andranno in parte ad Arcigay. Sui social di Coop circola intanto “Generazioni a confronto", dove i volti della comunità Lgbtqia+ che hanno vissuto tempi ed etichette diverse, parlano di ieri e di oggi. Tra loro non poteva mancare quello di Franco Grillini, che è in queste immagini con gli altri partecipanti, tra cui anche Natascia Maesi, presidente nazionale dell'Arcigay.
A proposito di generazioni. Ne sono cambiate di cose dal primo Gay Pride, no?
Direi proprio di sì. Abbiamo iniziato a incontrarci nelle piazze molto prima dei Gay Pride, la prima manifestazione fu nel 1978 a Bologna, ne seguì un’altra nel '79 a Pisa. Erano raduni assai modesti, a Pisa ci saranno stati 2000 partecipanti. Chi manifestava non correva un rischio fisico, ma pagava il prezzo della visibilità. Esserci voleva dire dichiarare la propria omosessualità, mettere a rischio il posto di lavoro, guastare i rapporti familiari. Io ero in una condizione relativamente comoda, ero dipendente pubblico e per questo non licenziabile, e già proprietario di un piccolo appartamento, nessuno poteva buttarmi fuori o rifiutarsi di affittare casa. Ma eravamo sempre in pochi. Ricordo che Samuel Pinto, uno dei primi e più importanti attivisti del movimento, dopo gli incontri spegneva cicche per terra per far vedere a chi sarebbe arrivato dopo che c'era stata molta gente.
Radunare gente era complicato?
Sì, anche perché non c'erano sistemi di comunicazione. L'unico era il passaparola, si faceva nei luoghi di incontro quasi esclusivamente maschili, ma tutto era complicato. A un certo punto a Bologna si era sparsa la voce che ci si incontrava in via Castiglione, in pochi però conoscevano il numero civico. Alcune persone, per trovarci, si piazzavano all'inizio della strada per vedere chi passava, e quando trovavano qualcuno che sembrava gay chiedevano: “vai per caso alla riunione?”
C’era una presenza femminile?
Negli anni ‘70 qualcuna partecipava alle riunioni, ma la presenza femminile, anagraficamente parlando, è arrivata alla fine degli anni ‘80. Ai due congressi di fondazione di Arcigay nazionale, a marzo e a dicembre ‘85 non c'era neanche una donna sul palco.
Negli anni ‘70 gridava dai palchi “Viva l’amore gay”, quasi fosse una provocazione. Oggi si può dire liberamente?
Sono cambiate le cose. Il movimento nacque come movimento di liberazione sessuale, sulla spinta di un’esigenza: agli omosessuali veniva negato quello che era il principale bisogno di relazioni umane, fisiche e affettive. Chiedevamo di vivere l’amore e il sesso in libertà. Dall'altro lato c‘era la battaglia culturale, non per caso il circolo Arcigay di Bologna si chiamava circolo di cultura omosessuale. Solo più avanti è entrata in gioco la politica, è stato quando la questione Lgbt è diventata parte integrante dello scontro politico. Oggi certi diritti sono stati acquisiti, ma i diritti non sono mai sicuri una volta per tutti, lo abbiamo visto. E poi resta il problema della liberazione sentimentale, il diritto di amarsi. I rapporti affettivi sono fatti politici, e oggi sono nel mirino. Anche le espressioni di omofobia si rivelano davanti ai sentimenti. Il branco scatta quando vede due ragazzini che si tengono la mano.
Oggi però molte aziende danno pieno appoggio alla battaglia contro le discriminazioni…
Ed è molto importante, e su questo è stato fatto tanto, basti vedere quante aziende appoggiano il Pride. La rivoluzione c'è stata e si vede. È vero che le difficoltà di chi è giovane oggi sono simili a quelle di chi aveva 15 anni ieri: devi fare coming out, devi dirlo in famiglia, agli amici, e non è semplice. Ma nelle città grandi, nei licei, nei luoghi di aggregazione è diventato tutto più naturale, non a caso si è abbassata clamorosamente l'età di chi si dichiara. Ai Pride più della metà dei partecipanti ha meno di 20 anni.
Cosa direbbe a un ragazzo di oggi?
Sono uno che ha fatto dell'attivismo una ragione di vita, ovviamente non potrei che dire: fai attivismo. Ma c’è una ragione profonda per cui lo penso. La visibilità è stata la nostra forma di rivoluzione civile, la strada maestra per abbattere i pregiudizi. Chi non vede non sa, chi non sa ha paura, se tu certe cose le rendi visibili, ne parli a chi ti è vicino, le mostri, smonti il pregiudizio e l’omofobia, a livello molecolare e personale. Sul piano politico lo si fa con i media, ma sono le persone singole, che possono portare avanti la propria battaglia individuale, negli ambienti che frequentano. Negli anni ‘90 l’istituto di ricerche di Nando Pagnoncelli fece un sondaggio e rivelò che l’atteggiamento degli italiani nei confronti delle persone omosessuali stava cambiando in meglio. Pagnoncelli spiegò che il processo di modifica del modo di pensare delle persone era avvenuto per qualcosa che lui definì vicinanza. La vicinanza delle persone che si rendevano visibili e facevano coming out, a casa, sul luogo di lavoro, tra gli amici, aveva consentito alle persone di avere rapporti diretti con chi non era eterosessuale ed è stato questo il motore del cambiamento.
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