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Parla la manager dell’ente che un quarto di secolo fa ha rilasciato a Coop la certificazione SA8000 sulla responsabilità sociale d’impresa e i diritti dei lavoratori, prima azienda in Italia e in Europa. Una rivoluzione che ha diffuso consapevolezza nelle filiere di produzione.
«Un prodotto non è solo una bella confezione con il suo contenuto. Dietro ciò che acquistiamo ci sono le persone, c’è il loro lavoro. Sono aspetti su cui bisognerebbe riflettere ogni giorno, prima di fare le nostre scelte». Va dritta al punto Roberta Prati, Certification, BNI & Skills HubDirector di Bureau Veritas, società internazionale di certificazione leader nel mondo, ma il tema è di quelli che richiedono posizioni nette. Ciò che sta spiegando è il senso di un messaggio che circa un quarto di secolo fa Coop e Bureau Veritas hanno lanciato forte e chiaro, ai consumatori e al mercato. È accaduto quando il gruppo distributivo, primo in assoluto in Italia e in Europa, ha avviato con Bureau Veritas le procedure per ottenere la certificazione SA8000, lo standard internazionale e volontario che riguarda la responsabilità sociale d’impresa. SA8000 certifica l’impegno di un’azienda a garantire condizioni di lavoro eque, nel rispetto dei diritti su salute, sicurezza, dignità, pari opportunità: per Coop, aderire ha significato rispettare questi requisiti non solo al suo interno, ma estenderne l’obbligo a tutti i fornitori e subfornitori dei prodotti a proprio marchio. Una sorta di processo a cascata che ha investito migliaia di aziende, diffondendo il principio, in tempi in cui nemmeno questi temi erano in agenda, che si può e si deve vendere prodotti che “fanno bene” anche a chi materialmente li realizza, e che un fatturato in positivo non si può reggere sul sudore e il sangue di chi lavora senza tutele, con paghe da fame, a volte in condizioni disumane. Né chi porta sul mercato il prodotto finito si può girare dall’altra parte, fingendo di non sapere cosa accade nella propria catena di fornitura.
Per noi consumatori, SA8000 è poco più di una sigla, ma allora, spiega Prati, ha rappresentato una presa di coscienza e un impegno dal sapore rivoluzionario: «Ventotto anni fa, nel ’97, quando lo standard SA8000 fu concepito, era qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama internazionale delle norme volontarie. La legislazione europea non aveva ancora affrontato il tema della “due diligence” sulla filiera. Eravamo alla fine degli anni ’90: una norma che si focalizzava sul rispetto dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani, che parlava di sicurezza, salubrità sul posto di lavoro, diceva no allo sfruttamento dei bambini anche laddove era legale che lavorassero, era in un certo senso avanguardia pura. Oggi questi sono principi condivisi, se non altro a livello teorico, ma allora eravamo in un contesto in cui le aziende iniziavano appena ad affrontare i temi dei sistemi di qualità. Ricordo perfettamente che alcune realtà non avevano nemmeno la consapevolezza che far lavorare i dipendenti in determinate condizioni fosse un problema, esattamente come i giovani degli anni ’80 andavano in giro in motorino senza casco, e non avevamo la consapevolezza di quanto fosse pericoloso», spiega Prati. Non dappertutto era così, sottolinea la manager, ma in certe filiere, e la mente corre al tema dei braccianti in agricoltura, situazioni anche al limite della legalità erano tollerate nell’indifferenza generale.
Provate a pensare, allora, a cosa volesse dire andare da un’azienda, imporre una revisione dell’organizzazione e dei processi, investimenti in sicurezza, nuove tutele per prevenire incidenti sul lavoro, vietare certe pratiche in epoche in cui persino il caporalato nei campi era in certe regioni una prassi condivisa. Con che ritorno, poi? Anche l’attenzione dei consumatori era rivolta in altre direzioni. Allora quando acquistavi qualcosa guardavi al massimo l’etichetta, ti chiedevi se ti piaceva, facevi caso al prezzo. «Porre certe domande e allargare l’ambito di intervento è stato però come “mettere la pulce” nell’orecchio di chi entrava nei supermercati. Per la prima volta si poneva la questione che un prodotto, per quanto magari buono o “economico”, non andava acquistato se realizzato con il lavoro di persone che faticavano 12 ore sotto il sole senza acqua né servizi, o in stabilimenti dove in caso di incidenti non c’era nemmeno una benda per fasciarsi. Per la prima volta l’attenzione è stata allargata dal prodotto alle persone che rendono possibile la sua realizzazione».
Per rilasciare la certificazione SA8000 si segue un iter articolato, che Coop e Bureau Veritas, da pionieri, hanno sperimentato e seguito passo dopo passo. Il “cuore” del processo di audit, oltre alle verifiche documentali, sono i sopralluoghi in campo: ispezioni a volte programmate, altre volte a sorpresa, che vengono svolte con lo scopo di ricercare le prove della conformità rispetto allo standard. E se queste prove mancano, l’audit permette di individuare le criticità da correggere, o, nel peggiore dei casi, le violazioni incompatibili con la certificazione. «Si agisce soprattutto a scopo preventivo, per anticipare problemi e soluzioni, intercettare ciò che non va e che può essere corretto perché le condizioni di lavoro siano ottimali. È con questo obiettivo che sono previsti veri e propri “carotaggi” nelle aziende. Gli auditor intervistano i lavoratori in maniera protetta per capire se ci sono problematiche, chiedono come si lavora, se conoscono i loro diritti, ma osservano anche tutto ciò che li circonda, cercano di captare ciò che deve essere corretto ma anche ciò che si cerca di tenere nascosto», spiega la dirigente.
Anche una uscita di sicurezza ostruita è il segnale ci sono aspetti da modificare, e persino la postura dei lavoratori intervistati può mandare messaggi importanti. Spesso basta un occhio allenato per intuire che qualcosa non va, come ha spiegato sulle pagine di questo sito anche Michele Carletti, auditor di Bureau Veritas impegnato dall’inizio nell’avventura della SA8000. Tra gli altri episodi, Carletti ha raccontato di quella volta che incontrò in un’azienda agricola un lavoratore con giubbotto catarifrangente palesemente appena scartato, con ancora le pieghe, e voleva fargli credere che quello fosse il suo abbigliamento quotidiano. Più di tutto, però, l’esperto ha spiegato quanto sia importante conquistare la fiducia degli intervistati per poter andare a fondo e individuare problematiche che altrimenti non verrebbero a galla. «Gli audit sono momenti delicati, chi ha il compito di eseguirli deve riuscire a instaurare con i lavoratori un dialogo sincero, anche solo per poter intuire in che clima si lavora, o farsi confidare dagli intervistati se si sentono rispettati», conferma Prati.
La sfida, con Coop, è stata costruire questa grande macchina da zero. «Questa volta si trattava di aderire a uno standard del tutto nuovo, a cui mai nessuno aveva lavorato prima, e che aveva un grande impatto su migliaia di aziende. Il lavoro che avevamo davanti era enorme, Coop iniziò una nuova mappatura dei fornitori, noi cominciammo a formare auditor che dovevano avere nuovi requisiti e un nuovo approccio. È stato bello vedere come Coop abbia lavorato nella massima trasparenza, con la volontà di mostrare non solo ciò che già era stato messo in piedi in quell’ambito, ma anche ciò che c’era da fare per essere conformi ai requisiti richiesti». La vera rivoluzione, continua Prati, è stata portare nelle aziende il concetto di prevenzione, e questo è avvenuto grazie all’enorme lavoro di sensibilizzazione di Coop verso tutte le aziende: «Possiamo definirlo un impegno “gigante”, che ha dato un segnale incredibile a tutto il comparto, e ha iniettato consapevolezza in tantissime realtà e filiere. Nell’immaginario collettivo le certificazioni sono solo carta, ma non è affatto così. Dietro di esse ci sono azioni in grado di cambiare negli attori il modo di vedere le cose, sono processi che spargono consapevolezza».
Oggi nel mondo sono circa 5.767 le aziende certificate con SA8000, di cui circa 3.284 sono in Italia, molte delle quali nel comparto alimentare. Sono tutte imprese impegnate nel rispettare la dignità del lavoro.«Il seme è stato gettato e ha dato i suoi frutti. Negli anni sono nate norme alternative che si sono ispirate alla SA8000, come la recente PAS 24000, che sta riscuotendo grande attenzione, e anche tante realtà che non sono certificate si sono ispirate ai principi della norma per gestire il controllo della filiera. Un grande passo di civiltà, perché la SA8000, se ci pensiamo attentamente, è uno standard che lavora per la protezione della persona e dei suoi diritti».Spesso, davanti a un prodotto, ci si chiede se valga la pena spendere qualcosa in più in cambio di un marchio di eticità. Prati non ha dubbi, anche perché, spiega, i vantaggi arrivano fino a noi: «Comprare un prodotto che è stato realizzato rispettando certi requisiti è una garanzia anche per il consumatore. La qualità è una questione di filosofia e di approccio generale al lavoro: una filiera che lavora male dal punto di vista della responsabilità sociale e della sicurezza dei lavoratori, prima o poi avrà un impatto sul prodotto. Se ho poca sensibilità su una questione come i diritti dei miei dipendenti, molto probabilmente non ne avrò nemmeno sul tema della sicurezza del prodotto, dell’igiene, della qualità. E poi, non dimentichiamolo: dietro ai prodotti ci sono le persone. E se è vera la teoria dei sei gradi di separazione, e cioè che ciascuno di noi è collegato alle altre persone da un massimo di cinque intermediari, allora queste persone sono davvero vicine a noi: l’impatto di ciò che scegliamo è molto più concreto e reale di quanto crediamo».
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