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Dopo l'esperienza dei pomodori nel 2022, si rinnova la collaborazione con l’associazione che si batte contro lo sfruttamento della manodopera in agricoltura, e lavora per l'integrazione dei lavoratori.
Dopo l'esperienza dei pomodori nel 2022, si rinnova la collaborazione con l’associazione che si batte contro lo sfruttamento della manodopera in agricoltura, e lavora per l'integrazione dei lavoratori. Quest’anno sono arrivate a partite di fragole, patate e altre novità. Obiettivo: offrire prodotti etici e premiare un nuovo modello per la filiera agricola.
La sveglia di Tina Agbonyinma suona ogni giorno prima delle 6, il tempo di un caffè, di dare un bacio ai suoi figli, ed è già sul furgone per andare a caricare i colleghi. Destinazione: le campagne di Frignano, nel casertano, a pochi chilometri da casa. È lì che si trova l’azienda di agricoltura biologica per cui lavora, ed è lei a guidare il van che li porta tutti al lavoro, dove imbusterà frutta e ortaggi per la vendita.
Il suo contratto prevede un turno dalle 7 alle 14, malattia, straordinari e ferie retribuite, il lasciapassare per una vita dignitosa. «Oggi riesco a pagare l’affitto e a mantenere i miei due figli di 6 e 4 anni, Victoria e Joshua, e quasi non mi sembra vero di avere un’occupazione regolare. Sono arrivata dalla Nigeria 15 anni fa, per lungo tempo ho visto solo lavori in nero e zone grigie. Magari un contratto lo avevi, ma sulla carta era scritta una cosa, e tu ne dovevi fare un’altra: lavoravo giornate intere senza sosta e prendevo in media 5 euro all’ora. Finché non sono arrivata qui».
Nell'azienda dove lavora Tina, La Montella Bio, sono state prodotte quest’anno le fragole biologiche con il bollino “NO CAP”, dove NO CAP sta per “No al caporalato”, ed è il nome dell'associazione che combatte lo sfruttamento dei braccianti e promuove filiere di produzione eque per tutti gli attori.
È la linea di fragole che a maggio abbiamo visto nei reparti ortofrutta dei supermercati di Coop, quella con il logo con le mani colorate, e che adesso compare anche su albicocche, ciliegie e patate provenienti da altre aziende della filiera NO CAP. La merce arriva nel fine settimana nei negozi di tutta Italia, tendenzialmente nei più grandi, e una percentuale tra il 5% e il 10% del ricavato viene donato all'associazione per sostenere le sue attività.
L'accordo ha mosso i primi passi l'anno scorso, con i pomodori da conserva, ed è stato consolidato nel 2023.
Il furgone che guida Tina ogni giorno, acquistato in parte con i proventi delle fragole, è uno dei frutti del patto tra Coop e NO CAP, il primo risultato concreto di questo esperimento che potrebbe diventare una collaborazione strutturale. Per Coop non è una novità sostenere filiere etiche e giuste: frutta e verdura a marchio Coop che troviamo nei negozi vengono prodotti seguendo protocolli stringenti, che impegnano i fornitori al rispetto delle normative sul lavoro, sottoponendosi a rigidi controlli.
Già ormai da 25 anni il gruppo cooperativo promuove la cultura della legalità nel settore, e anche alle aziende fornitrici di altri brand viene richiesta l’adesione a un codice etico il cui rispetto viene puntualmente verificato con ispezioni periodiche. «Grazie alla partnership con NO CAP, abbiamo aggiunto un pezzo in più», spiega Claudio Mazzini, responsabile commerciale settore Ortofrutta per Coop Italia.
«Quel bollino non solo premia le aziende che rispettano la legge, ma aiuta chi si batte per cambiare le cose. NO CAP non si occupa solo di lavoro: fa accoglienza, integrazione dei lavoratori immigrati, gestisce i trasporti, si occupa di trovare loro una sistemazione dignitosa. Noi facciamo prodotti “buoni e giusti” controllati e garantiti per tutti, con NO CAP vorremmo arrivare fuori dal nostro perimetro».
COME NASCE NO CAP
Per capire quale sia lo spirito che anima l’associazione bisogna andare al 2011, nelle campagne di Nardò, in Puglia, dove il giovane Yvan Sagnet, immigrato dal Camerun nel 2008 avvia una protesta contro lo sfruttamento dei braccianti agricoli. Yvan era arrivato in Italia con una borsa di studio ed era iscritto alla facoltà di ingegneria al Politecnico di Torino, ma quell’estate si sposta in Puglia per lavorare. Da studente si ritrova a essere manodopera a basso costo, prova per la prima volta le condizioni disumane cui sono costretti i braccianti, ma si rifiuta di stare al gioco e organizza uno sciopero. Da quel momento il suo impegno contro lo sfruttamento diventa una costante, scuote le coscienze in un Paese dove fino a quel momento questa dinamica in agricoltura era fenomeno noto e tollerato, ed è da questo movimento che nasce la prima legge che nel 2016 dichiara illegale il caporalato.
GLI ACCORDI CON LE AZIENDE VIRTUOSE
NO CAP viene costituita nel 2017, oggi fa informazione, consulenza alle filiere etiche, produce prodotti propri e lavora sul campo, stringendo accordi con le aziende agricole, per strappare la manodopera alle leggi dei caporali. «Le norme da sole non bastano, va cambiata la mentalità, i meccanismi che regolano la filiera, coinvolgendo tutti gli attori. Non può esserci una filiera giusta ed etica, se parte della grande distribuzione pretende di acquistare frutta e verdura a prezzi stracciati, strozzando le imprese agricole. Per questo sono importanti da una parte l’informazione al consumatore, dall’altra le azioni concrete», spiega Sagnet. In Puglia, Campania Calabria, dove NO CAP opera prevalentemente, ha costruito una rete di imprese che mette in contatto con la manodopera, a patto che queste rispettino le norme sul lavoro agricolo e non commettano abusi. «Preleviamo i braccianti nei ghetti, dove sono preda dei caporali, li accompagniamo al lavoro, troviamo con la Caritas case o posti letto in affitto, affinché non tornino lì. E vigiliamo perché tutto si svolga nei confini della legge».
TINA E L'INCONTRO CON L'ASSOCIAZIONE
Quando lo sentiamo al telefono, Sagnet è da poco rientrato da un giro in alcune aziende partner (lo vediamo in una di queste foto con Tina, accanto al furgone). «Parte del nostro ruolo è incontrare i nostri lavoratori, analizzare le buste paga, verificare che tutto sia legale. Sono loro stessi a fare da “sentinelle” per noi nelle aziende, anche a favore degli altri. Se qualcosa non va, ce lo vengono a riferire». E solo chi mantiene certi standard riceve il bollino NO CAP sulle produzioni. Anche l’ingresso di Tina è figlio di questo meccanismo virtuoso.«Ho incontrato NO CAP attraverso la Caritas. Dopo la pandemia trovare lavoro era diventato sempre più difficile, e ho chiesto aiuto a loro, avevo bisogno di un’occupazione vera. Mi hanno messo in contatto con l’associazione, nemmeno sapevo che esistesse una realtà così». Il requisito per essere assunto è avere voglia di lavorare e questo a Tina non manca. «Visto che ho la patente, perché ci ho sempre tenuto ad essere autonoma, mi hanno affidato il compito di portare il gruppo di colleghi in azienda ogni giorno. Portare il furgone mi piace tantissimo».
Ma la partnership non si chiude con il furgone di Aversa. Altri progetti potrebbero arrivare, assicura Claudio Mazzini di Coop. «Quest’anno abbiamo trovato una modalità di acquisto che consente ai produttori di organizzarsi meglio e di valorizzare la merce nei nostri punti vendita», spiega. «Per noi è essenziale che il prodotto abbia tre caratteristiche: sia di buona qualità, abbia un prezzo giusto per la filiera, e faccia qualcosa di buono per chi lo produce.
L’obiettivo è stato raggiunto, e il passo successivo è consolidare l’iniziativa. C’è ancora bisogno di contributi per cambiare le cose».
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