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Dopo Liguria e Toscana, il progetto partito a maggio 2024 chiude la sua prima fase sulle coste del basso Adriatico. A un anno dall’inizio del monitoraggio dei fondali pugliesi, arriva la proposta agli enti locali di attivare azioni concrete per preservare le praterie dall’ancoraggio selvaggio. Intanto, a Bergeggi la ripiantumazione dà i suoi primi risultati, mentre all’Elba si procede con un campo boe e la riforestazione di altri 100 metri quadrati di prateria. Il racconto di Giovanni Chimienti, che ha coordinato il progetto in Puglia.
Quando risponde al telefono, Giovanni Chimienti è immerso in una delle sue giornate “tipo”: «Oggi sono tutto il giorno in mare, concordiamo un orario in cui sono sicuro di avere campo», è la frase che lo precede su WhatsApp. Biologo marino e ricercatore in Ecologia all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, National Geographic Explorer, Chimienti si occupa di conservazione degli oceani. La sua professione si svolge soprattutto laggiù, sui fondali, a esplorare la vita sotto il livello del mare.
È in virtù di questa sua “missione” che la sua strada ha incrociato Coop. Fino a due giorni fa, ci racconta, era in mare per il progetto Foresta Blu, a concludere il monitoraggio delle acque e dei fondali vicino a Monopoli, Torre Guaceto e Savelletri, tra le province di Bari e Brindisi.
Foresta Blu è il progetto avviato un anno fa da Coop con la partnership e il supporto scientifico di LifeGate e dell’Università degli Studi di Genova. Obiettivo: attivare azioni concrete a tutela della posidonia, pianta marina essenziale per l’ecosistema dei nostri mari, oggi a rischio a causa del cambiamento climatico e dell’azione dell’uomo. Nel Mediterraneo la sua presenza è diminuita di circa il 30%.
Così, Foresta Blu è partito dalla Liguria, dalla Riserva Marina di Bergeggi, è proseguito nel Mar Tirreno, all’Isola d’Elba, ed è approdato nel basso Adriatico, in Puglia, dove di questa meravigliosa pianta, detta anche “polmone del mare”, luogo di riproduzione e culla di decine di specie di pesci e molluschi, restano solo sparute tracce qua e là.
Dopo aver piantumato a Bergeggi 200 metri quadrati di praterie di posidonia – a cui si sono aggiunti 100 metri quadrati e l’installazione di un campo boe sulle coste dell’Elba, a poche bracciate dall’Isola dei Topi – eccoci quindi sui fondali delle coste pugliesi. Qui si sta concludendo la prima fase del progetto, a opera di un team di ricercatori dell’Università di Bari Aldo Moro, guidato da Chimienti.
Un anno di osservazione
Chimienti conosce bene la posidonia e le sue caratteristiche: «Per un anno abbiamo osservato e analizzato lo stato di salute di tre praterie, in tre aree diverse, per capire se e dove si potessero attivare azioni di recupero», spiega. «La posidonia, come altre specie marine, soffre a causa di tanti fattori diversi: da una parte ci sono il cambiamento climatico, le alte temperature, gli eventi estremi; dall’altra, purtroppo, c’è la mano dell’uomo. Pesca, scarichi urbani, edilizia costiera e ancoraggi selvaggi distruggono intere aree, ma su questo possiamo intervenire. Ci siamo posti come obiettivo quello di capire se alla luce di fattori che non sono modificabili, come appunto le alte temperature, potevamo agire sugli altri elementi, per migliorare la sopravvivenza di questa specie».Monopoli, Savelletri, l’area protetta di Torre Guaceto sono le zone individuate per lo studio. «Il monitoraggio è durato un anno, abbiamo verificato il livello di stress nelle diverse porzioni di fondale, durante le diverse stagioni. L’area marina di Torre Guaceto è servita da “bianco”, cioè area “modello” per capire quanto incida il fattore umano sul benessere e la resistenza della specie. Essendo un’area marina protetta è ben conservata, e osservarne le reazioni ci è servito per capire se in condizioni ottimali la pianta è più resiliente ai fattori climatici. Con grande soddisfazione, abbiamo notato che qui le praterie sono “in salute” e più forti. Per esempio, se i colpi di calore causano morie di massa della vegetazione marina, colpendo il 90-95% delle piante, qui la percentuale si abbassa al 70-75%. Come dire: se noi umani trattiamo bene l’ambiente circostante, facciamo di tutto per tutelarlo, questo diventa più resistente anche a elementi su cui non abbiamo potere».
Soluzioni su misura
Non sempre è possibile “aggiustare” quello che l’uomo ha “rotto”, purtroppo. A malincuore, Chimienti ci spiega che ci sono casi in cui le praterie di posidonia sono talmente devastate che intervenire con la piantumazione sarebbe inutile o impossibile, almeno sul momento. È il caso dell’area a sud del porto di Savelletri, dove i danni dell’azione umana sono molto evidenti e hanno quasi irrimediabilmente compromesso la prateria, che invece è ancora presente più a largo. Qui non è ancora stato individuato un intervento specifico che possa risollevare la situazione. «Abbiamo visto che dove normalmente ancorano i diportisti le praterie sono quasi completamente scomparse, lasciando il posto ad altro, perciò misure conservative o di recupero non sarebbero efficaci. Quando l’impatto dell’uomo e degli altri fattori è troppo forte e da troppo tempo, non si riesce a tornare indietro, perché l’ecosistema muta, cambiano condizioni del fondale, la flora e la fauna», riflette l’esperto, che continua: «Alla luce dei risultati abbiamo deciso di concentrarci per il momento sulle coste di Monopoli, dove se interveniamo le praterie hanno buone probabilità di riprendersi ed è possibile pianificare un’attività di riforestazione. Bisogna prima proteggerle, però. In questa zona ci sono baie e cale meravigliose, che soprattutto in estate sono meta di barche da diporto. I turisti vengono qui per godersi il meraviglioso panorama e trascorrere intere giornate, ma il punto è che proprio in prossimità delle cale la vegetazione è fitta e le piante vengono danneggiate dagli ancoraggi. Le ancore che arano sul fondale, specie quelle delle imbarcazioni più grandi, lasciano profonde ferite nel terreno, sradicano le piante, e nei solchi prendono il loro posto specie infestanti. Possiamo però ancora rimediare», continua il ricercatore.
L’idea, già collaudata sui fondali delle Isole Tremiti con ottimi risultati e in via di realizzazione anche all’Elba, è quella di installare dei campi boa, dove le imbarcazioni possono ormeggiare senza che le loro ancore vadano a grattare i fondali. «Non chiuderemo le aree marine più belle, abbiamo studiato soluzioni sostenibili per rendere fruibili le bellezze naturali senza danneggiarle», dice Chimienti.
Una volta allestito, il campo boe potrà essere considerato il punto di partenza per il ripopolamento delle praterie, come è successo a Bergeggi e come ci si appresta a fare all’isola d’Elba. In Liguria i risultati sono stati notevoli: dopo un anno le talee piantumate hanno raggiunto un tasso di sopravvivenza, per nulla scontato, del 76%.
Per raggiungere l’ambizioso traguardo, però, serve anche tanta informazione. «La maggior parte dei diportisti non conosce le più banali “regole” del mare. Le direttive europee hanno stabilito da tempo il divieto di ancorare sulle praterie di posidonia, anche sulle carte nautiche è indicato, ma i più ne sono all’oscuro, pur avendo la patente nautica. I turisti che noleggiano i gommoni per una giornata, poi, sono completamente ignari di questo problema. Foresta Blu serve anche a questo, a fare informazione e a diffondere consapevolezza», conclude il biologo. La campagna Foresta Blu in Puglia va avanti anche sul fronte dell’informazione, e prevede eventi in collaborazione con LifeGate che si svolgeranno anche nelle scuole, con i più piccoli.
«La comunicazione diventa parte integrante del progetto, perché queste aree possano conservarsi a lungo termine. Si possono fare leggi, norme rigide, prevedere controlli e sanzioni, ma una politica di conservazione che voglia raggiungere risultati duraturi parte dal basso, educando i fruitori a rispettare le regole, e non perché rischiano la multa, ma perché ne comprendono l’importanza», continua Chimienti.
Una leva per agire
Nel frattempo, a Monopoli, il progetto è pronto a partire. La palla passa agli enti locali che materialmente gestiscono l’area di interesse, perché mettano in atto le soluzioni individuate, allestendo in prima battuta i campi boe. «Il nostro obiettivo era elaborare una proposta e una strada percorribile, solo chi ha le aree in concessione può intervenire concretamente. Noi abbiamo fornito lo strumento, uno studio in cui spieghiamo come agire, dove e perché, quali i risultati attesi, e quali fondi è possibile utilizzare, come fare in modo che il piano di ripristino diventi sostenibile anche a livello gestionale ed economico. Sul tema dei campi boa possono essere sfruttati finanziamenti ministeriali, e i campi possono essere gratuiti o a pagamento, esattamente come avviene per i parcheggi gestiti dai comuni. Le soluzioni esistono, serve la volontà di attuarle».
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