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#CloseTheGap

Il Pride Month secondo Coop: il linguaggio “Oltre le parole”

A Milano la prima tappa dell’iniziativa per l’inclusione Lgbtqia+, alla ricerca di un linguaggio aperto e accogliente: «Diciamolo sempre, ma nel modo giusto». Si replica a Bologna dal 21 al 24 giugno.

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Diritti e Azioni
19 Giugno 2023

Per due anni chiuso in se stesso, mesi di assenza da scuola e spesso il pensiero di farla finita. «Mi sentivo the only gay in the village, l’unico a credersi molto più femminile che maschile, nel piccolo paese del Salento da dove provengo e dove molti si sentivano liberi di urlarmi dietro i peggiori insulti». Ora è sul palco allestito all’aperto, al club Liberty di Milano, il 15 giugno, tra persone amiche e felici, a raccontare il suo percorso di coming out e di consapevolezza – con il supporto della famiglia, precisa, spostando il tiro sull’arretratezza di tutto il contesto –, all'interno della comunità Lgbtqia+ che si ritrova in zona porta Venezia. E per chi se lo chiedesse, l’acronimo ormai entrato nell’uso riassume il caleidoscopio delle diversità: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, con un + finale che ingloba altri orientamenti sessuali e/o identità di genere. 

Barba, occhiali e una simpatia contagiosa, il leccese Stefano Libertini in arte Protopapa, uno che ama la musica “elettronica elegante”, fondatore di una propria etichetta discografica, Fluido Studio, direttore artistico di Milano Pride Square e creatore di Drama Milano – il queer cabaret più grande d’Italia –, si sentiva dire "muori!", a 14 anni, nel suo paese. «Ma non avevo fatto nulla di male», ricorda. Il mondo della musica, «ancora troppo maschilista ai suoi vertici», e il «saper stare sul palco con il corpo», gli sono serviti a uscire dall’incubo e a ribaltare la sua situazione: da Sud a Nord, dai piccoli centri alle grandi città, come tanti, verso luoghi in cui le comunità queer (che non si riconoscono in un’unica identità di genere binaria) sono sempre più forti e riconosciute, realtà emerse con forza negli ultimi decenni. La loro maggiore visibilità e richiesta di cittadinanza a qualcuno danno molto fastidio, fino a suscitare odio, violenza, aggressioni fisiche e morali. 

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È l’ora dell’aperitivo. Protopapa, di fronte a un pubblico attento e partecipe, con bambini incuriositi che si siedono in mezzo ai pannelli stampati in rosso che restituiscono una fotografia della diffusione dell’omobitransfobia in Italia attraverso dati e
reportage, conclude con il suo dj set "Oltre le parole", l’evento organizzato da Coop nel solco della sua campagna sull’inclusione di genere Close the Gap. Riduciamo le differenze, in collaborazione con Arcigay. Produzione affidata alla startup Freeda. Doppio appuntamento in giugno, che è il mese del Pride (il 28 è la giornata mondiale dell’orgoglio gay): dopo il 15 e 16 a Milano, dal 21 al 24 a Bologna, al Dumbo di via Camilla Casarini 19.

«Mi sono reso conto che in Italia mancava un giornalismo specializzato sulle tematiche Lgbtqia+»

Sullo stesso palco siedono per il talk Simone Alliva e Natascia Maesi, con Alice Orrù a scrutare fra i linguaggi che cambiano. Storie diverse, le loro, ma con un denominatore comune: ce l'hanno fatta, eccome, e sono venuti a testimoniarlo. «Ma abbiamo bisogno di alleati come voi».  E invitano a usare parole che non siano omobitransfobiche, grassofobiche, razziste, abiliste (cioè discriminatorie verso i disabili), perché «le parole e i pensieri si influenzano a vicenda».

 

Lo sa bene Alliva, giornalista dell’Espresso, autore di inchieste legate alla comunità Lgbtqia+ ed esperto di omotransfobia in Italia. Si è ricavato un proprio spazio – racconta – occupandosi, da 15 anni, di queste tematiche accanto alla sua passione per la cronaca politica. «Mi sono reso conto che in Italia non si parlava di questi diritti come si parla di immigrazione o altre questioni di interesse comune. Volevo rompere il muro. Io stesso, in genere, vengo scambiato per attivista. Ma l’omobitransfobia, che preferisco chiamare l’omobitransnegatività, non è un fenomeno di costume, bensì di cronaca, di politica, di società». 

 

A questa parola complicata (con cui si intende il disprezzo verso le persone che non sono etero e/o il loro sesso biologico non corrisponde alla loro identità di genere, in altre parole, un odio rivolto a tutte le persone che non sono cisgender) sono imputabili, ha calcolato, 1.563 vittime dal 2013 a oggi: il 49% per aggressioni, con i suicidi al momento al 3%, ma in preoccupante aumento soprattutto tra gli adolescenti. «Non essendoci una legge, non c’è reato e dunque non c’è dato – precisa Alliva – per cui sono numeri probabilmente sottostimati». E va tenuto conto dell’under reporting, la ritrosia a denunciare. Solo quest’anno, 3 episodi di soprusi a settimana, e sono tanti. L’ultimo successo proprio a Milano, un paio di settimane fa, con una persona trans brasiliana malmenata dai poliziotti. 

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Alice Orrù

Alliva snocciola numeri e approfondisce concetti: il disagio dei «giovani che si specchiano nel coro dei social e temono la solitudine», il tema della «disumanizzazione dell’altro che c’è sempre nei crimini d’odio, come Primo Levi racconta ne ‘I sommersi e i salvati’». E indica, più volte, la strada maestra dell’ascolto che ci può salvare, assieme alle parole giuste e non offensive che bisogna sempre cercare, senza arrendersi mai. «Anche un grandissimo come Francesco Altan, che ho recentemente incontrato, mi ha risposto che se nelle sue vignette non era politicamente corretto, era solo perché ignorava il problema».

«Lesbica non è una parola offensiva». Tra rivendicazioni e performance live che cancellano le frasi d’odio

Natascia Maesi dallo scorso novembre è presidente di Arcigay. Conduce lei il dibattitto del tardo pomeriggio all'aperto, due ore ad alto livello sul potere del linguaggio per costruire una società più aperta e inclusiva. Nel mentre Daniele Tozzi, lettering artist, proveniente dalla cultura underground della seconda metà degli anni ’90, si arrampica su una scala e fa quello che tanti sognano di fare: cancella a colpi di pennello le frasi d’odio più volgari della cultura omofoba diffuse sui social (“Spuntate comune funghi, siete contagiosi”, “Sei nata donna, morirai donna. Il resto è finzione”, “Lesbicona che schifo!” e altre “amenità”), coprendole con la sua arte calligrafica. Il messaggio del murales, alla fine, sarà uno solo: “La rivoluzione parte dalle parole”.

Daniele Tozzi mentre dipinge

«Abbiamo voluto rappresentare qui, anche plasticamente, alcuni buoni consigli – spiega Maesi davanti ai pannelli – per riuscire a comunicare nel rispetto di tutte le identità. Crediamo che all’interno di spazi come questo voluto da Coop sia importante connettere il tema del contrasto all’omobilesbotransfobia all’utilizzo del linguaggio inclusivo, una buona pratica che ci permette di creare una cultura dell’accoglienza, dell’apertura, del rispetto delle differenze contro la cultura dell’odio dilagante con cui facciamo i conti tutti i giorni». 

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Anche a livello personale Natascia porta ferite che lei vuole trasformare in “feritoie”, aperture verso la trasformazione del dolore in cambiamento positivo. «Mi sono sentita dire tante volte lesbica, che in Italia è un insulto. Non ci sono altri appellativi per dirlo, ci pensi, mentre esiste un ricco campionario di parole per indicare ad esempio gli uomini gay. Ecco perché noi ci siamo riappropriate di questo termine come atto politico, e parliamo di “lesbofobia”, una violenza specifica che mixa sessismo e omofobia: ci sentiamo doppiamente discriminate in quanto donne e in quanto lesbiche». 

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Come celebrare la diversità e scegliere le parole giuste: i linguaggi inclusivi

Il linguaggio è il terreno su cui si muove con disinvoltura Alice Orrù, anzi “i linguaggi”, declinato al plurale, come piace a lei, autrice e copywriter inclusiva, che da dieci anni vive in Spagna dove, racconta, come in tante altre parti d’Europa e del mondo impazza il dibattito su schwa, asterischi e altri segni di cambiamento del linguaggio che fin qui è stato binario con un “maschile sovraesposto”. 

 

Diamo il tempo alle parole di affermarsi nella lingua scritta e parlata, ma orientiamole nella direzione più inclusiva. È questo il senso del suo pensiero e della sua battaglia «per una lingua che si evolve insieme alla nostra società. Non vogliamo, in nome del politicamente coretto, costruirla a tavolino, ma lasciarla fluire così da trovare nuovi modi di esprimere e di descrivere la realtà che stiamo vivendo. Saranno confermate o meno, alla distanza, le tante proposte di segni grafici o d’interpunzione che nascono un po’ ovunque in maniera trasversale? Non lo si può dire, sono comunque il segno di una necessità dei parlanti di uscire dal binarismo di genere, di trovare una soluzione che al momento non esiste».

 

Orrù tratta le parole come “balsami” per curare la “piaga sociale insopportabile”, come l’ha definita il presidente Mattarella, della violenza di genere. E cita più volte lo scrittore e filosofo spagnolo Paul. B. Preciado come punto di riferimento suo e della community. «La nostra bella lingua italiana più che sessista – analizza – è sessuata. Basta la presenza di un solo uomo in un gruppo per cambiare il genere percepito». Come provare il contrario? La scelta delle parole, anche per lei, è «un atto politico di giustizia sociale» che va pensato bene.
 

LA BAG ARCOBALENO

 

Parlare all’aperto di diritti delle persone, confrontandosi nel reale e non solo all’interno di una delle bolle create dal web, è un punto apprezzato da Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia, che conclude ricordando che Coop, oltre 6 milioni di soci in tutt’Italia, ha «anime diverse ma tratti comuni».  E ripercorre la scelta di prendere posizione sui diritti delle persone e di dichiararlo, «lavorando insieme, non da soli, perché non si possono affrontare argomenti sconosciuti senza un minimo di linguaggio e di consapevolezza acquisendo elementi che ci aiutino a non esprimerci male. Per cui serve formazione, informazione e collaborazione. Per Coop, l’apertura al dialogo con le associazioni, come Arcigay – continua – è fondamentale per affrontare temi che trattino di inclusione e parità di genere».  

questa borsa è per tutti

Il finale, prima del dj set di Protopapa, è tutto per la bag arcobaleno della Coop, «che a noi piace molto e da diversi anni realizziamo assieme ad Arcigay. È un simbolo del cibo buono, giusto e sicuro che portiamo tutti i giorni nei nostri negozi, a cui l’arcobaleno aggiunge inclusione, diritti e pace: quasi una sintesi dei contenuti valoriali su cui vale la pena spendersi ogni giorno, come individui e come impresa».  

Close The Gap

Per promuovere la parità di genere femminile, combattere le disparità e ridurre le differenze. 

Scopri di più
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